ELO zero
Il Bar “da Beppe” era un occasionale ritrovo di
scacchisti che talvolta, non trovando nessun avversario al vicino circolo,
venivano a farsi un bicchierino e scambiare, come solevano dire, “due colpi
sulla scacchiera”. Nei mesi in cui la calura estiva si faceva sentire
maggiormente, Beppe era frequentato più del circolo.
Quel pomeriggio di luglio mi vedeva nel locale impegnato ad
osservare una partita tra Taglierini e Spurgazzi. Il primo, categoria 1N, era uno
studente promettente, che in quell’anno cominciava ad ottenere i suoi primi
risultati nazionali. Spurgazzi invece era un Candidato Maestro poco più che
cinquantenne, preciso ed ambizioso, che nel suo biglietto da visita, accanto al
titolo “Avv.” Aveva affiancato quello di “C.M.”. Noi ragazzi sapevamo di questo
vezzo veniale, e come tutti i ragazzi ne ridevamo; al contempo temevamo il
gioco meticoloso dell’avvocato, sempre attento alle ultime novità teoriche
quanto all’andamento del proprio ELO. Da povero Non Classificato quale ero, non
avevo mai avuto il coraggio di sfidarlo. In quel momento il povero Taglierini
si stava sorbendo gli accondiscendenti commenti dell’avversario, che, come
sempre, misurava le vicende della scacchiera con la quantità di punti ELO:
“…Vedi, ragazzo mio, quel pedone arretrato è stata la tua rovina… ma non ti
preoccupare, quando avrai venti o trenta punti in più capirai…”
La partita terminò. I due avversari andarono al bancone,
mentre un curioso si avvicinò alla scacchiera. Riconobbi in esso uno dei tanti
immigrati russi che quell’estate riempivano i marciapiedi del lungomare
cercando di vendere binocoli e macchine fotografiche. Poteva avere sì e no
trent’anni. Nel momento in cui toccò con la mano uno dei pezzi arrivò
Spurgazzi. “Ah, mai toccare una posizione così interessante. Vuoi giocare, per
caso ?” Il ragazzo, che non aveva detto una parola, annuì con il capo. La
partita terminò abbastanza presto, con l’avvocato che, gonfio d’orgoglio, dava
matto all’avversario con il Re al centro della scacchiera. Seguì l’immancabile
ramanzina teorica e la proposta di un’altra partita, con la scommessa di una
bottiglia di birra ogni punto.
Da quel momento l’aria attorno al tavolo – forse complice
l’afa - si fece pesante, pesantissima, a tratti irrespirabile. Spurgazzi perse
la seconda, la terza e la quarta e, in un impeto di rabbioso orgoglio, anche la
quinta. Raccontare le quattro partite nei minimi particolari mi è impossibile,
anche perché ero incantato dalla velocità del russo: appena Spurgazzi, dopo
parecchi minuti, muoveva il suo pezzo, l’avversario faceva la sua mossa e dava
un sorso alla sua birra. Mossa, sorso, mossa, sorso. Il russo muoveva come in
una lampo. Nella seconda partita, un gambetto di Re, il ragazzo sacrificò un
pezzo, un secondo e quindi un terzo. In quello che più tardi imparai a
conoscere come il “Muzio selvaggio” e che allora mi sembrò una variante
assurda, Spurgazzi resistette poche mosse. Dopo il terzo sacrificio, in una
posizione allucinante, il nero dovette cedere le armi. Nella terza, una Caro
Kann, tutto si svolse con leggiadria, come in un balletto: la colonna “c” che
si apriva mentre il bianco si affannava a difendere pezzi e pedoni, le torri
cambiate, un pedone nero quasi inosservato che ad un certo punto si ritrova in
settima come per magia. La quarta, inenarrabile, fu un massacro. La quinta,
l’ultima, si svolse al di là di qualsiasi norma scacchistica: se fino a quel
punto Steinitz, Nimzowitch e gli altri dopo di loro avevano definito leggi e
stabilito precetti, ebbene, le une furono infrante e gli altri ignorati.
Sembrava anzi che il russo intenzionalmente rifuggisse da ogni ortodossia.
Spurgazzi, rosso in viso e prossimo ad un travaso di bile, dopo l’ultima mossa
dell’avversario che promuoveva un pedone a Cavallo preparando un matto affogato
senza appello, aprì finalmente bocca e fece la fatidica domanda, che la piccola
folla nel frattempo formatasi attorno al tavolo, attendeva da tempo:
“Eh certo, ragazzo mio, giochi benino… quale è il tuo ELO
?”
La risposta, inaspettata quanto banale era la domanda per
chi la formulava, piombò sul tavolo, sugli astanti e nell’aria torrida di quel
pomeriggio di luglio come una lama gelata. Si infilò nella mia testa e nella
memoria, e da quel giorno non se ne è più andata. Dopo il sorso che vuotava
l’ultima bottiglia di birra il ragazzo rispose, con l’aria di chi ha scoperto
uno scherzo:
“ELO ? che cosa è ELO ?”